Le 5 klesha – cause di sofferenza

Klesha è un termine sanscrito che tradotto letteralmente significa veleno.

Negli Yoga Sutra sono identificate 5 klesha o ostacoli alla ricerca della nostra vera essenza: Avidya (l’ignoranza), Asmita (l’ego), Raga (l’attaccamento), Dvesha (il disprezzo) e Abinidvesha (la paura della morte).

Sono questi i veleni responsabili della nostra sofferenza. 

Si dice che veniamo al mondo con queste klesha già presenti in noi e che liberarsene richieda un grande sforzo di comprensione e consapevolezza ma già solo iniziare a riconoscerle e comprenderne l’esistenza è un primo passo in questa direzione.

La libertà per lo yoga non è poter fare tutto quello che vogliamo quando vogliamo, ma è essere liberi dalla schiavitù della mente.  

La nostra stessa mente è l’artefice della sofferenza.

Se il dolore non è una scelta ma è qualcosa che può succedere nel corso della vita, la risposta al dolore è ciò che crea o meno sofferenza ed è in capo ad ognuno di noi.

Spesso colleghiamo la sofferenza a cause esterne e per questo non riusciamo a trattenere a lungo la felicità (o assenza di sofferenza), soffriamo come condizione interna causata da cambiamenti esterni inevitabili.

La natura è in costante cambiamento (perché è questa l’essenza della prakriti o mondo materiale) e combattere il cambiamento causa sofferenza mentre accettarlo ed evolversi con lui porta comprensione e liberazione. 

Secondo gli Yoga Sutra per liberarsi dalle klesha queste vanno prima riconosciute, poi lasciate andare prima che si stabilizzino maggiormente in noi.

E’ un lavoro lungo una vita ma ogni percorso inizia da qualche parte, in questo caso dal riconoscere e comprendere queste cause di sofferenza quando appaiono, far si che siano sempre più chiare per poi potercene liberare.

Avidya significa “ignoranza” ed è la Klesha principale, causa di tutte le altre.

Non è un’ignoranza culturale ma la mancata comprensione di chi siamo. 

Quando c’è avidya non riconosciamo la vera natura delle cose, ad esempio viviamo delle esperienze come se fossero eterne senza capire che tutto è in costante cambiamento e per questo ne soffriamo.

Un detto indiano riporta questa immagine per spiegare avidya: una persona nella notte percepisce qualcosa che si muove nell’oscurità e reagisce spaventata come se fosse un serpente quando in realtà era solo un bastone mosso dal vento.

Davanti alle nostre conoscenze  ci sono dei veli di Maya (illusione) e per questo non siamo capaci di vedere la vera natura delle cose.

Asmita indica l’identificazione con l’ego che ci fa sentire entità separate dal resto che devono agire per proteggere il proprio spazio/essere.

L’ego è una componente necessaria per la nostra esperienza ma è facile che ecceda in direzione di egoismo e possesso causandoci sofferenza.

Asmita deriva dalla costante ricerca di approvazione esterna o dal prendere le cose “sul personale”: quella cosa fa soffrire proprio me, creando un’ultra identificazione che genera separazione .

Raga è l’attaccamento alle cose che ci piacciono e spesso a causa di raga riponiamo la nostra felicità all’esterno.

Tutto è in cambiamento e in evoluzione ma quando qualcosa esterna è fonte della nostra (precaria) felicità non siamo pronti a lasciarla andare e non vogliamo che cambi mai. Eppure le cose si trasformano ugualmente e quando questo accade arriva la sofferenza.  

I saggi e i guru di ogni cultura ci hanno sempre suggerito che la via della vera felicità è interiore e riporre la felicità nelle realizzazioni esterne è rischioso poiché queste possono non accadere oppure non durare e con esse la felicità.

Dvesha è  l’avversione alle cose che non ci piacciono.

Agisce allo stesso modo di raga ma verso ciò che non ci soddisfa identificandolo come causa di infelicità.

Per evitare che le cose esterne ci facciano soffrire possiamo solo imparare a governare le nostre risposte agli avvenimenti che comunque accadranno, praticando il distacco e lavorando sull’equilibrio dell’ego. 

L’avversione genera sofferenza, ansia e paura e non possiamo evitare tutto ciò che non ci piace ma possiamo comprendere che ogni “basso” è l’opposto di ogni “alto” che si seguiranno in un flusso costante di movimento. 

Abhinivesha è la paura della morte intesa come la fine di qualcosa che conosciamo.

Secondo le filosofie orientali dopo la morte c’è una nuova reincarnazione, quindi la nostra essenza è eterna e la morte è solo un ulteriore passaggio.

Vivere nella paura non è veramente vivere, se vivessimo come se fosse l’ultimo giorno faremmo questa esperienza fino in fondo, completamente presenti e senza sprecare tempo per la paura. 

Anche quando la morte tocca i nostri cari e la sofferenza arriva siamo comunque incapaci di cambiare le cose, possiamo solo scegliere come reagire imparare a lasciare andare, senza attaccarsi alla situazione esterna che semplicemente scorrere con la vita. 

Nel mese di gennaio usciranno sul sito 5 lezioni di yoga di approfondimento delle klesha: saranno pratiche dinamiche in cui porteremo attenzione a questi ostacoli mentali partendo dalla consapevolezza del corpo e creando un rapporto tra corpo e mente.

Sarà il primo passo per cominciare l’anno con un percorso che ci avvicini sempre di più alla nostra felicità interiore.

Ti aspetto sul tappetino!

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